Perché uscire dall’euro non può risolvere i problemi economici italiani

14 Ott

Nelle ultime settimane si è molto accesa la discussione sul restare o non restare nell’euro. Da una parte abbiamo gli economisti e dall’altra i militanti anti-euro.

Le motivazioni degli anti-euro sono quelle che riguardano la competitività perduta nelle esportazioni e la capacità di crearci moneta:

– Per quanto riguarda la competitività perduta è vero, l’euro ci ha fatto perdere molta competitività di prezzo passando da una moneta debole ad una forte; ma quello che non capiscono è che con l’euro abbiamo ora la possibilità di acquistare le materie prime (praticamente tutte d’importazione) a prezzi molto più vantaggiosi, di conseguenza la competitività nelle vendite viene recuperata da un risparmio importante sui costi.

-Seconda motivazione degli anti-euro è che sena la sovranità monetaria non si può uscire dalla crisi, sbagliato anche questo. Prima di tutto l’Italia non può più finanziarsi stampando moneta dal 1981 (divorzio dalla banca d’italia), ben prima dell’entrata in vigore dell’euro; oltre questo ci sta un altro motivo di grande rilevanza sul perché è meglio l’euro, gli interessi sul debito. Prima dell’euro l’Italia pagava un tasso d’interesse sui titoli di stato molto superiore ad oggi, che ci si lamenta per 200 punti di spread. Vi mostrerò con una serie storia quanto costava indebitarsi all’Italia prima dell’euro:

BTP 3 ANNI

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BTP 5 ANNI

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BTP 10 ANNI

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BTP 30 ANNI

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Quello che ci fa capire questa serie di grafici è che l’Italia con l’euro ha risparmiato una montagna di interessi, un risparmio che poteva essere investito in infrastrutture ed altri investimenti produttivi invece che in un wellfare insostenibile che in un momento di crisi avrebbe reso difficilissima una ripresa. 

Lista deputati del PD

24 Ago

Ecco a voi una lista dei deputati del Pd, così che, in caso di salvataggio del condannato in via definitiva Silvio Berlusconi, si conoscano i nomi degli artefici di quest’altro schifo della politica italiana. 

A
AGOSTINI Luciano
AGOSTINI Roberta
ALBANELLA Luisella
AMATO Maria
AMENDOLA Enzo
AMICI Sesa
AMODDIO Sofia
ANTEZZA Maria
ANZALDI Michele
ARGENTIN Ileana
ARLOTTI Tiziano
ASCANI Anna
B
BARETTA Pier Paolo
BARGERO Cristina
BARUFFI Davide
BASSO Lorenzo
BATTAGLIA Demetrio
BAZOLI Alfredo
BELLANOVA Teresa
BENAMATI Gianluca
BENI Paolo
BERLINGHIERI Marina
BERRETTA Giuseppe
BERSANI Pier Luigi
BIANCHI Stella
BIFFONI Matteo
BINDI Rosy
BINI Caterina
BIONDELLI Franca
BLAZINA Tamara
BOBBA Luigi
BOCCI Gianpiero
BOCCIA Francesco
BOCCUZZI Antonio
BOLOGNESI Paolo
BONACCORSI Lorenza
BONAFÉ Simona
BONAVITACOLA Fulvio
BONIFAZI Francesco
BONOMO Francesca
BORDO Michele
BORGHI Enrico
BOSCHI Maria Elena
BOSSA Luisa
BRAGA Chiara
BRAGANTINI Paola
BRANDOLIN Giorgio
BRATTI Alessandro
BRAY Massimo
BRESSA Gianclaudio
BRUNO BOSSIO Enza
BURTONE Giovanni
C
CAMPANA Micaela
CANI Emanuele
CAPODICASA Angelo
CAPONE Salvatore
CAPOZZOLO Sabrina
CARBONE Ernesto
CARDINALE Daniela
CARELLA Renzo
CARNEVALI Elena
CAROCCI Mara
CARRA Marco
CARRESCIA Piergiorgio
CARROZZA Maria Chiara
CASATI Ezio
CASELLATO Floriana
CASSANO Franco
CASTRICONE Antonio
CAUSI Marco
CENNI Susanna
CENSORE Bruno
CHAOUKI Khalid
CIMBRO Eleonora
CIVATI Giuseppe detto Pippo
COCCIA Laura
COLANINNO Matteo
COMINELLI Miriam
COPPOLA Paolo
COSCIA Maria
COVA Paolo
COVELLO Stefania
CRIMÌ Filippo
CRIVELLARI Diego
CULOTTA Magda
CUPERLO Gianni
D
DALLAI Luigi
DAL MORO Gian Pietro
DAMIANO Cesare
D’ARIENZO Vincenzo
D’ATTORRE Alfredo
DECARO Antonio
DEL BASSO DE CARO Umberto
DELL’ARINGA Carlo
DE MARIA Andrea
DE MENECH Roger
DE MICHELI Paola
DI MAIO Marco
D’INCECCO Vittoria
DI STEFANO  Marco
DONATI Marco
D’OTTAVIO Umberto
E
EPIFANI Guglielmo
ERMINI David
F
FABBRI Marilena
FAMIGLIETTI Luigi
FANUCCI Edoardo
FARAONE Davide
FARINA Gianni
FASSINA Stefano
FEDI Marco
FERRANTI Donatella
FERRARI Alan
FERRO Andrea
FIANO Emanuele
FIORIO Massimo
FIORONI Giuseppe
FOLINO Vincenzo
FONTANA Cinzia
FONTANELLI Paolo
FOSSATI Filippo
FRAGOMELI Gianmario
FRANCESCHINI Dario
FREGOLENT Silvia
G
GADDA Maria Chiara
GALLI Carlo
GALLI Giampaolo
GALPERTI Guido
GANDOLFI Paolo
GARAVINI Laura
GAROFANI Francesco Saverio
GASBARRA Enrico
GASPARINI Daniela
GELLI Federico
GENOVESE Francantonio
GENTILONI SILVERI Paolo
GHIZZONI Manuela
GIACHETTI Roberto
GIACOBBE Anna
GIACOMELLI Antonello
GINATO Federico
GINEFRA Dario
GINOBLE Tommaso
GIORGIS Andrea
GIULIANI Fabrizia
GIULIETTI Giampiero
GNECCHI Maria Luisa
GOZI Sandro
GRASSI Gero
GRECO Maria Gaetana
GREGORI Monica
GRIBAUDO Chiara
GUERINI Giuseppe
GUERINI Lorenzo
GUERRA Mauro
GULLO Maria Tindara
GUTGELD Itzhak Yoram
I
IACONO Maria
IANNUZZI Tino
IMPEGNO Leonardo
INCERTI Antonella
IORI Vanna
K
KYENGE Cecile
L
LAFORGIA Francesco
LA MARCA Francesca
LATTUCA Enzo
LAURICELLA Giuseppe
LEGNINI Giovanni
LENZI Donata
LETTA Enrico
LEVA Danilo
LODOLINI Emanuele
LOSACCO Alberto
LOTTI Luca
M
MADIA Marianna
MAESTRI Patrizia
MAGORNO Ernesto
MALISANI Gianna
MALPEZZI Simona Flavia
MANCIULLI Andrea
MANFREDI Massimiliano
MANZI Irene
MARANTELLI Daniele
MARCHETTI Marco
MARCHI Maino
MARIANI Raffaella
MARIANO Elisa
MARROCU Siro
MARRONI Umberto
MARTELLA Andrea
MARTELLI Giovanna
MARTINO Pierdomenico
MARZANO Michela
MATTIELLO Davide
MAURI Matteo
MAZZOLI Alessandro
MELILLI Fabio
MELONI Marco
META Michele
MICCOLI Marco
MIOTTO Anna Margherita
MISIANI Antonio
MOGHERINI Federica
MOGNATO Michele
MONACO Franco
MONGIELLO Colomba
MONTRONI Daniele
MORANI Alessia
MORASSUT Roberto
MORETTI Alessandra
MORETTO Sara
MOSCA Alessia
MOSCATT Tonino
MURA Romina
MURER Delia
N
NACCARATO Alessandro
NARDELLA Dario
NARDUOLO Giulia
NICOLETTI Michele
O
OLIVERIO Nicodemo
ORFINI Matteo
ORLANDO Andrea
P
PAGANI Alberto
PALMA Giovanna
PAOLUCCI Massimo
PARIS Valentina
PARRINI Dario
PASTORINO Luca
PATRIARCA Edoardo
PELILLO Michele
PELUFFO Vinicio
PES Caterina
PETITTI Emma
PETRINI Paolo
PICCIONE Teresa
PICCOLI NARDELLI Flavia
PICCOLO Giorgio
PICCOLO Salvatore
PICIERNO Giuseppina
PINI Giuditta
PISTELLI Lapo
POLLASTRINI Barbara
PORTA Fabio
PORTAS Giacomo
PREZIOSI Ernesto
Q
QUARTAPELLE PROCOPIO Lia
R
RACITI Fausto
RAMPI Roberto
REALACCI Ermete
RIBAUDO Francesco
RICHETTI Matteo
RIGONI Andrea
ROCCHI Maria Grazia
ROSATO Ettore
ROSSOMANDO Anna
ROSTAN Michela
ROTTA Alessia
RUBINATO Simonetta
RUGHETTI Angelo
S
SANGA Giovanni
SANI Luca
SANNA Francesco
SANNA Giovanna
SBROLLINI Daniela
SCALFAROTTO Ivan
SCANU Gianpiero
SCUVERA Chiara
SENALDI Angelo
SERENI Marina
SIMONI Elisa
SPERANZA Roberto
STUMPO Nicola
T
TARANTO Luigi
TARICCO Mino
TARTAGLIONE Assunta
TENTORI Veronica
TERROSI Alessandra
TIDEI Marietta
TULLO Mario
V
VACCARO Guglielmo
VALENTE Valeria
VALIANTE Simone
VAZIO Franco
VELO Silvia
VENITTELLI Laura
VENTRICELLI Liliana
VERINI Walter
VILLECCO CALIPARI Rosa
Z
ZAMPA Sandra
ZANIN Giorgio
ZAPPULLA Giuseppe
ZARDINI Diego
ZOGGIA Davide

Referendum propositivo in Italia, cosa c’è da sapere

5 Ago

Il comma in esame introduce un istituto nuovo per l’esperienza costituzionale italiana: il referendum propositivo (o deliberativo). L’art. 75 della Costituzione vigente, infatti, prevede esclusivamente la possibilità di chiedere l’indizione di un referendum abrogativo, diretto ad eliminare dall’ordinamento determinate leggi o disposizioni vigenti. Al contrario, con tale istituto, si concede al popolo la facoltà di deliberare l’approvazione di una proposta di legge, in caso di inerzia da parte delle Camere.

Lo svolgimento del referendum è comunque sottoposto a determinate condizioni:

 

    • è consentito soltanto su proposte di legge ordinaria. Sono pertanto escluse, in particolare, le proposte di legge costituzionale o di revisione della Costituzione;

 

 

    • può aver luogo esclusivamente su proposte di iniziativa popolare. Non è dunque ammissibile un referendum approvativo di proposte di iniziativa governativa, regionale o parlamentare;

 

 

    • le proposte di legge debbono essere presentate da almeno ottocentomila elettori;

 

 

    • al referendum si dà luogo soltanto in caso di inerzia delle Camere. La condizione per avviare la consultazione popolare è che le Camere non abbiano deliberato sulla proposta entro il termine di due anni dalla presentazione.

 

L’art. 97, nell’estendere l’applicazione dei commi secondo (limiti dell’oggetto del referendum) e terzo (omogeneità normativa delle disposizioni), prescrive che anche il giudizio sull’ammissibilità del referendum “approvativo” (così come avviene per quello abrogativo) è di competenza della Corte costituzionale, decorso il termine biennale.

Modalità di svolgimento del referendum (commi settimo, ottavo e nono)

Il settimo comma individua i soggetti legittimati a partecipare al referendum: tale diritto appartiene ai cittadini elettori. In proposito, si rammenta che il terzo comma dell’art. 75 della Costituzione vigente prevede la partecipazione al referendum di tutti i cittadini elettori della Camera dei deputati: tale limitazione non ha più valore ai sensi del testo approvato dalla Commissione, che ha abolito le differenze in materia di elettorato attivo tra Camera e Senato.

L’ottavo comma dell’articolo in esame riproduce con esattezza il quarto comma del vigente art. 75 Cost., in materia di quorum per la validità della deliberazione abrogativa. Sono pertanto confermati i requisiti della partecipazione al voto della maggioranza degli aventi diritto e dell’approvazione del quesito a maggioranza dei voti validamente espressi.

Come già disposto dal quinto comma dell’art. 75 della Costituzione vigente, il nono comma dell’articolo in esame prevede un rinvio alla legge per la determinazione delle modalità di attuazione del referendum. Il comma introduce inoltre, rispetto all’art. 75 Cost., ulteriori elementi che devono entrare a far parte del contenuto necessario della legge:

 

    • disciplina delle modalità di formulazione del quesito ammesso, in modo da garantire un’espressione di voto libera e consapevole;

 

 

    • determinazione di un numero massimo di referendum da svolgere in ciascuna consultazione. L’intento della disposizione è quello di non favorire una eccessiva concentrazione di quesiti referendari in un’unica consultazione, al fine di rendere più comprensibili i referendum stessi.

 

Dibattito in Commissione

Il testo dell’articolo 97 risulta dall’accorpamento, deciso in sede di coordinamento, degli articoli 104, 105 e 106 del testo del 30 giugno.

Sull’articolo 104 (corrispondente ai primi quattro commi dell’art. 97), si è registrata una generale convergenza sull’opportunità di sopprimere i due commi che individuavano gli ulteriori limiti dell’iniziativa referendaria (per dubbi sulla soppressione, si vedano Villone, 2473 e Mattarella, 2474 – totalmente contraria Salvato, 2475).

Elementi di perplessità sono emersi anche in merito all’opportunità di fare cadere l’esclusione dal referendum per le leggi di ratifica dei trattati (Andreolli, 2475 e D’Onofrio, 2476).

Per quanto riguarda l’introduzione in Costituzione del referendum propositivo (art. 105, corrispondente ai commi quinto e sesto dell’art. 97), si è sviluppato un dibattito che ha visto emergere le seguenti posizioni:

 

    • tesi a favore della soppressione (in particolare, Elia, 2471; Mattarella, 2485-6): sarebbe necessario evitare la proliferazione di referendum su testi elaborati da gruppi di interesse, con ampia capacità di mobilitazione popolare, che vogliano imporre una particolare disciplina giuridica su determinate materie;

 

 

    • tesi contro la soppressione (si veda soprattutto Calderisi, 2481 e 2487; Pellegrino, 2486): si tratta di un importante istituto di democrazia diretta che, peraltro, ha un ambito molto circoscritto.

 

La Commissione ha analizzato in particolare il problema del contenuto necessario della legge di attuazione del referendum, approdando ad una modifica che ha chiarito il senso della disposizione del comma terzo dell’art. 106 (che corrisponde al nono comma dell’art. 97). Da parte di alcuni commissari, infatti, è stato osservato (in particolare, Boato, 2489; Calderisi, 2488-9) che il testo approvato a giugno non distingueva in maniera chiara il quesito referendario in sé dalla formulazione letterale del quesito stesso, da sottoporre al voto degli elettori. Per tale motivo, la Commissione ha approvato la riformulazione dell’attuale nono comma, che ha sostituito l’espressione “prevede che la proposta sia formulata in modo chiaro” con la dizione attuale.

Prescrizione: Giustizia a tempo determinato

2 Ago

La prescrizione è sempre stata il più grande aiuto della malavita italiana. Gli uomini del crimine, che siano mafiosi o politici o politici mafiosi hanno sempre usato a loro vantaggio le lentezze della giustizia per far “scadere” i loro reati come se i reati potessero scadere come delle mozzarelle. 

Da Berlusconi in primis, e tutti i suoi lacchè in secundis, la prescrizione è sempre stata simbolo di una giustizia con due pesi e due misure, che avvantaggiava i poteri forti in grado di fare ostruzionismo al naturale corso della giustizia, per poter dire dopo qualche anno “Mi dispiace ma ormai è in prescrizione”. 

La famosa riforma della giustizia dovrebbe portare come vessillo l’abolizione della prescrizione, invece di 20 anni di tempistiche prescrittive sempre più brevi.

Colui che commette un reato, di qualunque genere, dovrebbe avere il terrore di essere perseguito per tutta la vita, invece di aspettare un po e tornare a fare magagne. 

Nell’Italia che farei la prescrizione esisterebbe solo per cause civili, essendo cosciente del numero immenso di suddette cause che nascono ogni anno. In questo modo i condannati lo sarebbero per tutti i loro crimini, e non solo per quelli che ancora non sono arrivati a scadenza. 

Interdizione o no, berlusconi è incandidabile in base al decreto Monti anticorruzione

2 Ago

Il decreto legislativo anticorruzione approvato dal Cdm nel Governo Monti: “prevede l’incandidabilità al Parlamento italiano ed europeo per coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a 2 anni di reclusione per i delitti, consumati o tentati, di maggiore allarme sociale (ad esempio mafia, terrorismo, tratta di persone). Coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a 2 anni di reclusione per i delitti, consumati o tentati, contro la pubblica amministrazione (ad esempio corruzione, concussione, peculato). Coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a 2 anni reclusione per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a 4 anni.”

 

 

Durata. “L’incandidabilità alla carica di senatore, deputato o parlamentare europeo ha effetto per un periodo corrispondente al doppio della durata della pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici. Anche in assenza della pena accessoria, l’incandidabilità non è inferiore a sei anni. Altrettanto vale per gli incarichi di governo nazionale. In tutti i casi, se il delitto è stato commesso con abuso dei poteri o in violazione dei doveri connessi al mandato, la durata dell’incandidabilità o del divieto di incarichi di governo è aumentata di un terzo”. 

 

 

Incandidabilità sopravvenuta: Il decreto prevede che l’accertamento d’ufficio della condizione di incandidabilità comporta la cancellazione dalle liste. Nel caso in cui la condanna definitiva per uno dei delitti ‘ostativi’ sopravvenga nel corso del mandato elettivo, le Camere deliberano ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione.

La politica che non c’è

18 Lug

Ultimamente sono successi talmente tanti fatti gravi nello scenario politico italiano che elencarli tutti potrebbe essere troppo dispendioso, ma provo comunque a sintetizzarli:

– Insulto razzista alla ministra Cecile Kyenge da parte del vice presidente del senato Roberto Calderoli ed altri esponenti leghisti

– Scandalo internazionale sul caso Shalabayeva

– Procedimenti penali a carico di Berlusconi usati per minacciare la stabilità del governo

Un paese con le palle avrebbe già cacciato dalla politica Calderoli con i suoi lacchè (per fare politica bisogna avere dei requisiti di onorabilità e rispettabilità che dubito esistano in queste persone dopo le loro dichiarazioni); avrebbe subito estromesso Berlusconi dalla scena politica dal momento in cui entrava nel registro degli indagati (come si può far rappresentare il nostro paese da chi ha una storia di 20 processi penali) almeno finchè non fosse stato assolto (se innocente); avrebbe subito destituito il ministro degli esteri e dell’interno (citando l’articolo 95 della costituzione: “I ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri.”). Purtroppo, in Italia, ogni cosa viene usata per fini lucrativi (in senso politico) per guadagnare poltrone e mettere in difficoltà il governo.

Se fosse stato tutto risolto in questo modo il governo non avrebbe rischiato la perdita di stabilità, ma avrebbe semplicemente risolto dei problemi in maniera semplice ed immediata, evitando una vera e propria figura di merda internazionale

Pillole di storia contemporanea: Evoluzione della crisi finanziaria del 2007/2008

2 Lug

La crisi finanziaria iniziata negli Stati uniti nel 2007 e arrivata in europa tra il 2008 e il 2009 è stata la più violenta crisi mai registrata con un intensità maggiore di quella famosissima del 1929, che diede inizio alla Grande Depressione. L’evoluzione di questa crisi è dovuta sia a miopie dei sistemi istituzionali, non in grado di comprendere il sistema economico e quindi adottando politiche economiche e monetarie sbagliate; che da una forte deregolamentazione dell’industria finanziaria statunitense, iniziata con calma dalla fine degli anni ’80, ma che con l’abolizione del Glass Steagall Act ( abolizione della legge che impediva alle banche di investimento di fare affari utilizzando i depositi dei consumatori, quindi impediva la fusione tra banche commerciali e d’investimento) da parte del governo Clinton ha avuto il via libera per iniziare ad evolversi.

Alla fine degli anni ’90 esplode il mercato dei derivati, mercato che nasce con il fine di una migliore gestione del rischio di credito e di portafoglio. I derivati sono prodotti complessi creati dall’ingegneria informatica che permettono ad istituti finanziari di coprire i rischi di particolari attività, ma allo stesso tempo sono anche strumenti finanziari commerciabili sui quali è possibile fare speculaizione. I principali titoli derivati sono:

– CDS (Credit Default Swap): Consistono in una mera polizza assicurativa contro il rischio di default di un prestito

– ABS (Asset Backed Security): Consistono in uno scambio di crediti, sotto forma di titoli

– CDO (Collateralized Debt Obbligation): Consistono in un insieme di crediti fusi in un’unica obbligazione che viene acquistata dai clienti, i quali vengono remunerati da una cedola.

Gli strumenti derivati hanno permesso di poter velocizzare il procedimento di erogazione dei prestiti a favore di famiglie ed imprese che acquistavano immobili, grazie al fatto che come venivano stipulati potevano essere venduti per intero a terzi soggetti che se ne assumevano il rischio. Questo permise la creazione della bolla immobiliare più grande mai vista negli Stati Uniti dove i prezzi raggiunsero livelli superiori quasi del 200% dei valori standard.

Non essendoci una regolamentazione che controllava la circolazione dei derivati, la loro diffusione nel sistema finanziario prima americano e poi mondiale fu molto rapida, fino a creare un mercato che prima della crisi valeva oltre 70000 miliardi di dollari. Tutto questo mercato si reggeva sulle garanzie date dalle famiglie e imprese per accedere al prestito, prestito che sarebbe passato da intermediario a intermediario creando un vero castello di carte fondato sul mercato immobiliare americano.

Quando nel 2007 esplose la bolla immobiliare, tutti i maggiori istituti finanziari statunitensi videro crollare il valore delle garanzie sui titoli, e di conseguenza il valore degli strumenti derivati, creando un buco nero nei bilanci delle banche, che dopo il fallimento di Lehman Brothers, scatenò il panico sui mercati finanziari globali costringendo il governo americano a varare una legge che permetteva l’iniezione di capitali nel sistema bancario, capitali che ammontarono a circa 700 miliardi di dollari, per evitare il collasso.

Il buco nel settore bancario coperto dallo stato incrementò enormemente il debito pubblico americano, e gli stessi effetti si videro in europa, anche se in misura minore, fino ad arrivare ai giorni nostri dove gli Stati Uniti si stanno riprendendo, guidati da un’economia industriale più solida e dinamica, mentre in Europa l’uscita dalla recessione sembra ancora lontana.

Come tarpare le ali ad un settore nascente, le sigarette elettroniche

30 Giu

Le sigarette elettroniche sono un settore in pieno boom che nel giro di due anni ha quasi raddoppiato il fatturato facendo incassare all’erario milioni dalle imposte sulla produzione.

Nell’ultima settimana il governo Letta ha deciso che i rinvii degli amenti dell’IVA e dell’IMU saranno coperti con tagli generali alla spesa, in zone considerate improduttive, aumentando gli acconti sulle imposte Ires, Irap ed Irpef, e mettendo un’imposta di circa il 55% su tutti i prodotti riguardante il settore delle sigarette elettroniche.

Oltre alla creazione di questa imposta il governo ha deciso di porre delle regole molto ferree che rischiano di distruggere un mercato i nascita e tarpare le ali ad un’economia potenzialmente molto fruttifera proprio per le casse dello stato. Le sigarette elettroniche stanno avendo successo perché sono una valida alternativa alla vecchia e cancerogena sigaretta, è più costosa di quest’ultima, ma permette di smettere di fumare gradualmente e senza assumere le sostanze nocive che si assumevano con la sigaretta classica. La dipendenza alla nicotina rimane ma le e-cig (chiamate ormai così) sono progettate per una riduzione graduale della dipendenza permettendo una lenta ma inesorabile uscita dal tunnel del fumo.

In due anni questo settore ha registrato grossi guadagni aumentando anche la domanda di lavoro dato che aprire un punto vendita era libero per chiunque, ed ha favorito l’imprenditoria giovanile che ha visto in questo settore una possibilità di guadagno.

Ora il governo ha deciso di sottoporre il settore delle e-cig ad una regolamentazione praticamente identica alle sigarette classiche costringendo i produttori a cedere le loro quote alla lobby dei tabaccai, portando inoltre un problema di conflitto d’interesse. 

In sintesi, perchè adesso un consumatore di sigarette classiche dovrebbe passare a quelle elettroniche se sono sottoposte al loro stesso regolamento e costeranno decisamente di più? 

Al popolo l’ardua sentenza

Investimenti sbagliati ci hanno lasciato indietro di 10 anni

27 Giu

L’Italia prima di entrare nella moneta unica attuava un metodo da furbetti per tenere in piedi l’economia, da una parte abbondava di spesa pubblica e dall’altra svalutava ad intervalli quasi regolari la moneta per favorire la domanda aggregata tramite le esportazioni. Questo è stato fatto finchè non ci si è resi conto che svalutando il cambio avevamo effetti più negativi che positivi dato che siamo un paese importatore sia di materie prime che di capitali. Per questo pagavamo un tasso d’interesse sui titoli di stato tra il 6% e l’8%, per compensare il rischio di cambio.

Con l’ingresso nell’euro abbiamo avuto la possibilità di finanziarci allo stesso costo della Germania, meno dell’1%, ma i finanziamenti che abbiamo accumulato non sono stati usati per l’innovazione o per le infrastrutture o per investimenti che avrebbero portato benefici nel lungo termine, ma sono stati usati per finanziare un livello di reddito tramite il welfare non in linea con le nostre reali possibilità; e quando è scoppiata la crisi, abbiamo pagato e stiamo ancora pagando e continueremo a pagare la mancanza di questi investimenti.

In dieci anni avremmo potuto investire sul sistema portuale dato che l’Italia è un molo naturale in mezzo al mediterraneo, qualunque nave da carico sarebbe passata per i nostri porti invece che essere dirottate in Spagna o in Croazia o in Francia. Avremmo potuto potenziare il sistema ferroviario e il trasporto pubblico favorendo l’occupazione in questo settore e un migliore servizio per la popolazione, siamo uno dei pochi paesi a poter vantare ambienti sia di mare che di montagna; potenziando i trasporti avremmo favori enormemente il turismo, uno dei principali motori della nostra economia.  Avremmo potuto fare investimenti sull’energia pulita, dato che siamo conosciuti come il paese del sole. Avremmo potuto investire nella ricerca, dove anche adesso con i pochi fondi che abbiamo, molte delle grandi menti del settore scientifico vengono dal nostro paese; investendo in ricerca avremmo creato prodotti più all’avanguardia potendo competere con i paesi più grossi a livello internazionale e favorendo la nostra economia.

Tutte queste idee non sono state fatte perchè si è preferito puntare su un welfare immenso e completamente non in linea con le nostre potenzialità economiche. Il Quatar ha un PIL pro capite altissimo ma può permettersi di sostenerlo perchè ogni anno entrano decine di miliardi nelle sue casse dalle vendite del petrolio; quello che entra nelle nostre casse è tutto a debito e ci paghiamo sopra gli interessi

Aumento della produttività, quale oscuro desiderio

26 Giu

Uno dei temi principali nei dibattiti economici italiani è quello sulla produttività e sul suo ristagnamento nell’economia nazionale.

La produttività aiuta a combattere l’inflazione e favorisce l’aumento della domanda di lavoro con una conseguente crescita generale del sistema economico e della competitività internazionale.
In Italia la produttività del lavoro è molto scarsa perchè nel corso del tempo si sono preferite politiche volte a favorire l’occupazione (per quanto rimane un fine onorevole) invece che lo sviluppo tecnologico del comparto produttivo e della modernizzazione della pubblica amministrazione.

Sinteticamente posso far capire il problema: Immaginiamo di possedere un terreno da coltivare  e ho capitale a sufficienza e bisogno di aumentare la produzione; io ho due scelte.
1) assumere tanti lavoratori (che chiamerò volgarmente zappe)
2) comprare una mietitrebbia
Facendo un paragone, l’Italia ha sempre preferito assumere lavoratori, mentre paesi come la Germania e gli USA hanno comprato mietitrebbie, aumentando la produttività, mentre noi ci siamo ritrovati tante piccole zappe ed una produttività arretrata rispetto ai big.

Ci sono molte alternative per favorire l’aumento della produttività, soprattutto ora, nell’età del 2.0.
La mia preferita è dare ai lavoratori titoli di proprietà (azioni) della azienda in cui lavorano, come incentivo a produrre di più per ottenere guadagni extra; questo metodo è adottato moltissimo in europa e ancora di più nei paesi anglosassoni (USA e UK); per qualche astruso motivo in Italia questa è una pratica molto poco diffusa.
Un’ altra alternativa più tecnologica è favorire il social working, un collegamento tra lavoratori tramite la rete che permette una condivisione di informazioni a costo zero.
Un’ altra alternativa dedicata alla pubblica amministrazione è quella di pagare i lavoratori non solo con remunerazione fissa ma anche in percentuale ai loro lavori, in modo da incentivarli a lavorare più velocemente favorendo una velocizzazione di tutto l’apparato della pubblica amministrazione.

In sintesi, lavorare sul miglioramento della produttività è possibile e molto spesso con costi veramente bassi, c’è solo bisogno della volontà di mettere in pratica i vari metodi.

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